Torre di Longonsardo

La Torre di Longonsardo, situata su un promontorio a Santa Teresa Gallura, rappresenta un’importante testimonianza del sistema difensivo costiero della Sardegna sotto il dominio spagnolo. Fu costruita durante il regno di Filippo II, in seguito alla distruzione del castello di Longonsardo intorno al 1423, che lasciò la costa esposta agli attacchi di corsari e contrabbandieri. Nel 1578, il viceré spagnolo della Sardegna, in accordo con il re, avviò un piano di difesa che prevedeva un circuito di torri lungo i litorali sardi, tra cui la torre di Longonsardo, completata e operativa già nel 1599.
La torre è un massiccio edificio in granito, con un diametro di 19 metri, un’altezza di 11 metri e una superficie di 285 mq. La sua struttura comprendeva tre vani interni e una colonna centrale che sosteneva la volta, mentre una vasca scavata raccoglieva l’acqua piovana per la guarnigione. La porta d’accesso, senza scala esterna, si trovava a 6 metri dal suolo sul lato opposto al mare. Una scala a chiocciola interna conduceva alla sommità, dove un muretto con feritoie garantiva protezione e visibilità, permettendo l’uso di armi leggere per il controllo della costa.
La torre fu un importante presidio difensivo, sorvegliata da un «alcaide» e da quattro dragoni distaccati da Tempio Pausania. Nel 1658, resistette a un attacco barbaresco e fu successivamente rinforzata. Con il trattato di Londra del 1720, la Sardegna passò ai Savoia, che continuarono a utilizzarla a scopo difensivo. Durante il decennio rivoluzionario isolano, nel 1802, fu teatro di un attacco guidato da Francesco Sanna Corda, seguace dell’esule Giommaria Angioy.
Il capitano Pietro Francesco Maria Magnon, valutando l’importanza strategica della zona, propose la creazione di un nuovo insediamento, che portò alla fondazione di Santa Teresa Gallura nel 1808 per decreto di Vittorio Emanuele I.

Via Bechi, 07028 Santa Teresa Gallura SS

n.d.

+39 3498347698

Visita libera con depliant Torre di Longonsardo
Gratuità per bambini da 0 a 3 anni
Bambini dai 4 agli 11 € 1,50
Dai 12 anni in su € 2,50
Audioguida Torre di Longonsardo (su prenotazione)
Gratuità per bambini da 0 a 3 anni
Bambini dai 4 agli 11 € 2,50
Dai 12 anni in su € 5,00

dal 1 aprile al 31 ottobre
tutti i giorni
10.00-13.00 / 15.30-17.30
Dal 1 novembre al 31 marzo CHIUSO

30 min

La lavorazione dei tappeti di Aggius è una risorsa economica vitale fin dall’Ottocento. Nel 1927, il Prof. Cannas fondò la prima scuola di tessitura per preservare questa preziosa tradizione. Le botteghe artigiane locali hanno continuato senza sosta a produrre questi tappeti, trasmettendo l’arte di generazione in generazione.

I tappeti aggesi sono rinomati per i loro colori vivaci e i decori distintivi creando una sorta di «dipinto tessile». I colori tradizionali utilizzati sono il giallo, il rosso, il nero naturale, il viola, il verde, l’azzurro, il bordeaux, il bianco e il grigio.

Ad Aggius si praticano due tipi di tessitura: il “soprariccio”, conosciuto nel resto della Sardegna come «pibiones», che utilizza un telaio con quattro licci e quattro pedali, e la lavorazione “a l’antiga”, con due licci e due pedali. L’ordito è realizzato in cotone. Lo stile della tessitura, noto come “a dati”, è caratterizzato da una serie di strisce orizzontali separate da fasce di diverso colore, chiamate “pommu”.

Tra gli altri principali tipi di tappeti troviamo «lu saccu a ciai», considerato il tappeto più semplice, utilizzato anticamente come coperta e il tappeto con disegno continuo. I tappeti sono realizzati in lino e lana cardata. La combinazione di materiali e tecniche tradizionali rende ogni tappeto unico, celebrando la ricca eredità culturale e artistica di Aggius, apprezzata sia in Sardegna che all’estero.

L’abbigliamento tradizionale rappresenta uno dei simboli più efficaci di appartenenza culturale, capace di delineare chiaramente le identità collettive, regionali e nazionali. Nell’ambito delle tradizioni, l’abito aveva una funzione di comunicazione sociale, rendendo immediatamente riconoscibili la regione di provenienza, il sesso, l’età, lo stato civile e il ruolo di ciascun membro della comunità.

Un esempio significativo è la «camisgiòla» o giacchina, un indumento femminile preparato appositamente per il matrimonio e successivamente utilizzato in tutte le occasioni che richiedevano un abbigliamento elegante.

La camisgiòla veniva confezionata con tessuti pesanti come l’orbace, il panno e il velluto (rigorosamente color rosso), arricchito con trina argentata e foderata di broccato di alto pregio.

La parte anteriore della giacchina era ridotta per mettere in risalto la camicia e il corpetto e veniva chiusa con due lacci, mentre le maniche, lunghe fino al polso, presentavano grandi aperture longitudinali dall’ascella all’avambraccio, attraverso le quali sporgevano le ampie maniche delle camicie. Sulla parte esterna delle maniche, lungo l’avambraccio, erano cucite delle finte asole dalle quali pendevano dieci bottoni in argento brunito. Questo dettagliato sistema di chiusura non solo aggiungeva un elemento decorativo all’indumento, ma rifletteva anche l’abilità artigianale e l’attenzione ai dettagli caratteristici dell’abbigliamento tradizionale.

Museo del banditismo

Il museo del Banditismo, si propone di compiere ricerche sulle testimonianze materiali dell’uomo e del suo ambiente: le acquisisce, le conserva, le comunica e soprattutto le espone ai fini di studio, di educazione e di diletto. Senza correre il rischio di mitizzare la figura del fuorilegge e di esaltarne le sue gesta, l’obiettivo del museo è piuttosto, quello di diffondere valori positivi per la costruzione di una mentalità che favorisca l’affermarsi della legalità e della moralità pubblica a ogni livello. In un territorio come quello gallurese, protagonista del fenomeno del banditismo per circa tre secoli, questo polo culturale s’inserisce perfettamente, offrendo ai visitatori e ai residenti una panoramica su documenti, foto, filmati, oggetti e testimonianze del passato, ma soprattutto cercando di stimolare riflessioni su un futuro da costruire insieme.

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